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“Il Processo del Lunedì”: Questo non è il Paternò

Da questo lunedì partiamo con una nuova rubrica, curata da un nostro collaboratore che chiameremo il folletto rossazzurro, ecco qui il primo intervento, a voi i commenti: “Ci sono momenti in cui il calcio smette di essere cronaca sportiva e diventa una questione morale. Il risultato di ieri contro il Messina è solo l’ultimo effetto visibile di una stagione che ha fallito molto prima di arrivare ai novanta minuti.
Il Paternò ha anche giocato meglio. Ha mostrato ordine, applicazione, tratti di superiorità. Ma perde ancora, e perde sempre nello stesso modo. Il gol nasce, come per gran parte della stagione, dalla fascia destra, zona mai realmente strutturata, simbolo di un deficit di gioco cronico. Non è un episodio, è una costante. E le costanti non sono sfortuna: sono figlie dell’assenza di programmazione.
I nuovi innesti hanno dato segnali incoraggianti, risultando tra i più positivi in campo. Hanno dimostrato che con competenza e tempismo si poteva cambiare qualcosa. Ma arrivare bene quando sei a nove punti dai play out significa arrivare comunque tardi. Nel calcio, come nella vita, il tempo è una responsabilità.
Se oggi il Paternò non è già scomparso del tutto, lo si deve a un’ossatura di dirigenti paternesi che hanno garantito un minimo di equilibrio in una stagione vissuta sull’improvvisazione. Non calciatori, ma uomini di società che hanno retto il peso di una gestione che non li rappresenta. Ed è qui che nasce il vero paradosso.
Oggi la città chiede le dimissioni di questi paternesi, non per rabbia, non per capro espiatorio, ma per un motivo molto più profondo: questa proprietà non li merita. Non merita persone che hanno messo la faccia, che hanno tenuto un filo con la comunità, che hanno evitato il collasso totale. Allo stesso tempo, la città sa bene che la loro uscita di scena segnerebbe, con ogni probabilità, la fine della società sportiva. Una contraddizione lacerante, che racconta meglio di qualsiasi classifica il disastro gestionale di questa stagione.
Ieri, prima del calcio giocato, lo stadio ha vissuto il momento più autentico. La Curva Sud, per volontà propria, ha poggiato dei fiori in memoria di Andrea Borzi. Un gesto che ha ricordato a tutti cosa significa davvero appartenenza. Ed è proprio quell’appartenenza che oggi appare tradita.
In questo contesto, lo sforzo del mister Millesi appare quasi straziante. Un tentativo continuo di aggrapparsi a tutto, di trovare soluzioni, di dare un senso a una stagione che senso non ne ha. Ma il problema non è tecnico. È strutturale. Riguarda ruoli societari mai coperti con competenza, assenze pesanti, figure chiave mai realmente presenti.
Per questo non si può parlare di ricostruzione.
Qui si deve parlare di cessione della società. Di lasciare spazio. Di salvaguardare l’ossatura dei paternesi e arricchirla con innesti societari di livello, a partire da un direttore sportivo vero e da un segretario sportivo competente. Solo così si può ricucire il rapporto con la comunità e ridare identità a un club che oggi non viene più riconosciuto come proprio.
Perché la ferita più profonda non è la sconfitta.
È sentire dire, sempre più spesso: “Questo non è il Paternò. Questa squadra non ci appartiene.”
E finché questa frase resterà vera, nessun risultato potrà mai bastare”.



