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Il Processo del Lunedì: una vittoria che non restituisce lo spirito

Il Paternò è tornato alla vittoria. E questo va registrato con onestà. I ragazzi hanno fatto il massimo, hanno lottato, hanno onorato la maglia. A loro, stavolta, va un plauso sincero. Non è questa la sede per mettere in discussione l’impegno di chi scende in campo.
Ma il Processo del Lunedì ha il dovere di distinguere tra il lavoro dei calciatori e le responsabilità di chi guida il club.
La salvezza resta un miraggio. I numeri non mentono. Questa vittoria non cambia una stagione compromessa da mesi. E soprattutto non restituisce ciò che si è perso lungo il cammino: lo spirito di appartenenza.
Sugli spalti c’erano venti spettatori. Venti. Con i biglietti aumentati da 5 a 10 euro, in una piazza che merita ben altro scenario. Non è solo un dato numerico, è il segnale di una frattura profonda. La città non si riconosce più in questa squadra.
Ed è qui che la responsabilità diventa chiara.
Questa non è una critica ai ragazzi. È una critica a una proprietà che ha rilevato il Paternò con l’idea di costruire un progetto che, nei fatti, di paternese non ha nulla. Dagli allenamenti spostati ad Acicastello (orbita Acireale), lontano dalla città e dal suo tessuto, al rifiuto del tifo organizzato, fino al progressivo distacco da tutte le figure chiave del territorio. Scelte che hanno allontanato invece di unire.
A fare rumore è anche la rescissione del giovane talento Ambrogio, un ragazzo che rappresentava prospettiva e che non è stato saputo gestire. In una stagione già fragile, perdere un giovane patrimonio tecnico senza valorizzarlo è un errore che pesa.
E pesa ancora di più l’esclusione dai convocati di Paolo Branduani. Un profilo di esperienza, uno che con la sua storia avrebbe potuto contribuire alla crescita del gruppo, trasmettere personalità, stabilità, cultura del lavoro. Invece si è preferito acquistare uno sconosciuto e lasciare fuori proprio chi poteva fare da guida. Una scelta che appare incredibile e, soprattutto, inspiegabile, assurda.
Quando perdi il legame con la tua gente, perdi l’identità.
E senza identità, il calcio diventa un esercizio freddo.
L’assenza di figure storicamente riconosciute, come Vito Palumbo, è il simbolo di questo distacco. Non è solo una questione di presenza fisica. È il segnale di un rapporto incrinato con chi rappresentava un ponte tra società e comunità (in compenso in tribunetta era presente Papa, le cui dimissioni sono state annunciate una decina di volte, ma nella realtà è sempre presente!).

Papa in primo piano in tribuna Stampa!


Il problema è la progettualità.
Una stagione vissuta senza una linea chiara, senza radicamento, senza visione territoriale. Si è costruito qualcosa che può anche vincere una partita, ma che non parla la lingua della città.
C’è poi un dettaglio che racconta più di tante parole. La domenica è stata organizzata con modalità che ricordano quelle di una squadra di terza categoria. Non entriamo nel merito, per non macchiare ulteriormente l’immagine e la storia di questa squadra. Ma chi ha visto, sa.
Con un filo di ironia amara, si può registrare come unico dato “positivo” la vendita di abiti di carnevale da sceicchi. Folklore, colore, scena. Ma il calcio non si costruisce con i costumi.
Il Paternò ha vinto. I ragazzi hanno dato tutto.
Ma il Paternò, inteso come identità, appartenenza e radicamento territoriale, oggi resta smarrito.
E finché non si tornerà a costruire partendo dalla città, dalle sue figure, dal suo tifo, ogni vittoria resterà un episodio isolato.
Perché questa piazza non chiede solo risultati.
Chiede di riconoscersi.

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Vincenzo Anicito

Esteta, curioso, intrigante, riflessivo, odia gli stereotipi, ama Paternò e il Paternò calcio, il paesaggio al tramonto, il mare d'estate dopo le 19:00 e dormire con il rumore della pioggia

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